giovedì, 24 Giugno 2021

Soldi, stranieri e pay tv: chi ha ucciso il calcio italiano

L'Italia del pallone è sempre più lontana dalle realtà tedesche, inglesi e spagnole, viste come un miraggio utopistico. Nella Penisola il 60.7% dei giocatori è straniero, diventando una delle cause del tracollo calcistico italiano degli ultimi quindici anni.

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Brucia ancora a distanza di giorni la sconfitta subìta dagli Azzurrini ad opera del Portogallo con il 5-3 maturato nei quarti di finale. Il risultato di fatto ha sancito l’eliminazione da Euro 2020 per la nostra Under21, nonostante una prova di grinta e lucidità, come ha dimostrato il pareggio di Cutrone all’88esimo, con la squadra che si è trovata in doppio svantaggio, e nonostante l’Italia sia, insieme alla Spagna, la Nazionale che conta più vittorie nella competizione con cinque trionfi a testa.

Quello del 31 maggio è un esito che è specchio dei piazzamenti maturati negli ultimi quindici anni nel torneo; infatti nelle ultime nove edizioni l’Under 21 conta quattro uscite nei primi turni, un quarto di finale, due semifinali e una finale persa nel 2013 proprio a favore degli iberici, oltre che la mancata qualificazione per l’edizione in Danimarca del 2011.

Di riflesso, il passato recente della nostra U21 è il prodotto finito dell’attuale Prima squadra: tenendo in considerazione lo stesso lasso di tempo, la finale di Euro 2012 con la sconfitta per 4 a 0 contro la Spagna e il quarto di finale perso ai rigori contro la Germania a Euro 2016, sono i punti più alti toccati dai tempi della vittoria di Berlino 2006. Uno score poco invidiabile e soprattutto non certamente paragonabile al cammino agli antipodi della Prima Squadra spagnola, con il sollevamento al cielo di due europei e un mondiale dal 2008 ad oggi.

Numerose le potenziali cause di questo tracollo che affolla da tempo i dibattiti sotto l’ombrellone, davanti ad un caffè o sui social, facendo cadere nell’imbuto della retorica e delle frasi fatte due conclusioni obiettive, l’innumerevole quantità di stranieri che gravitano annualmente in Serie A e la carenza di un buon lavoro nei settori giovanili. Nella stagione appena conclusa, in serie A a fronte di 555 calciatori, 337 sono stranieri, i giocatori italiani fanno parte del 39.3%, a dispetto del 41% della scorsa annata e del 45% di due campionati fa.

Percentuali che diventano sempre più negative di anno in anno, evidenziando la tendenza a comprare e soprattutto a valutare in fase di vendita molto di più gli stranieri, con una strana moda nel preferire ad un Raspadori un “Raspadoriño”, spesso e volentieri perché il giocatore in questione proviene da terre latine, figlio di futébol e spettacolo.

Nell’Under21 attuale, su 23 giocatori presenti in rosa, 10 giocano in Serie A e soltanto 6 sono titolari; diverse figure, come ad esempio Del Prato e Frattesi, pur appartenendo a squadre del campionato maggiore, giocano in Serie B per “farsi le ossa”. In Italia mandare di anno in anno giovani calciatori in prestito nel campionato cadetto o all’estero è una pratica alquanto diffusa, con l’intenzione di monitorare a distanza i miglioramenti della giovane promessa.

Spesso però questa strategia non porta i risultati sperati, limitandosi quindi a far prendere al giocatore le sembianze di un pacco che ogni anno viene recapitato in un hub diverso, senza far emergere gli attesi progressi. Ulteriore nota stonata è la concezione comune che sfocia nel luogo comune: “È ancora giovane, ha tempo per consacrarsi”, se andiamo a toccare giocatori come ad esempio il classe ‘94 Bernardeschi o il ‘93 Spinazzola, rispettivamente a quota ventisette e ventotto anni, ossia nel pieno della carriera professionistica.

Osservando quello che succede nel resto d’Europa è evidente il dominio spagnolo in Champions League ed Europa League. Nonostante la Liga sia il campionato con meno stranieri in campo, 195 su 507, pari al 38.5%, negli ultimi quindici anni la Champions League si è tinta di giallorosso in otto occasioni, ospitando per ben due volte una finale tutta spagnola. Copia incolla in Europa League con addirittura dieci trionfi, con il Siviglia regina del torneo e vera mattatrice della competizione con il record di sei vittorie, seguono Atletico Madrid con tre successi e il Villarreal che ha visto aggiudicarsi l’ultima edizione.

Doveroso citare l’incredibile e utopistico record dell’Athletic Bilbao, autentico baluardo del calcio ispanico che dal 1912, in contrasto alla dittatura franchista, accetta in squadra soltanto giocatori baschi. L’Athletic è l’unica squadra insieme ai più quotati Real Madrid e Barcellona a non essere mai retrocessa, dal 1928 ad oggi, in Segunda Division, giocando in Liga per 93 anni consecutivi.

La filosofia del club ha come punto cardine la resistenza contro i cambiamenti del mondo del calcio e contro uno sport visto sempre di più come un business invasivo. A dar ragione ai Leones sono i risultati: all’ombra di Plaza Nueva sono arrivati otto campionati, ventitre Coppe del Re, ma soprattutto la più recente Supercoppa di Spagna conquistata il 17 gennaio 2021 contro il Barcellona.


È proprio il Barcellona ad essere un’altra splendida realtà che da decenni valorizza i propri talenti attraverso un’invidiabile e meticoloso lavoro nei settori giovanili, con il punto più alto toccato nel 2009 durante la finale di Champions League di Roma contro i campioni in carica del Manchester United, giocata e vinta disponendo in campo otto giocatori provenienti dalla “Cantera”.

Restando in Europa, ma spostandoci in Inghilterra troviamo un cambio di rotta nel periodo post-Brexit, con l’approvazione della regola che prevede solo tre giocatori stranieri U21 in rosa e massimo sei per l’intera stagione, vietando l’acquisto di calciatori di altre nazionalità sotto i 18 anni. La Premier League fino al 2019 era, tra i campionati maggiori, quello che ospitava più stranieri, 337 su 500 giocatori, pari al 67.4%. Trend al ribasso con 345 stranieri su 560 transitati nell’ultima stagione, pari al 61.6%.

Tra le squadre che hanno valorizzato maggiormente le nuove leve è impossibile non menzionare Liverpool, Chelsea e Manchester United, alcune delle squadre più gloriose d’oltremanica che negli ultimi anni sono ritornate a dominare nel panorama europeo. Tra le file dei Reds, vincitori negli ultimi due anni di una Champions League, una Supercoppa Uefa, un Mondiale per Club e una Premier League, milita il fiore all’occhiello del vivaio, un titolare inamovibile di Klopp nonché instancabile terzino destro, Trent Alexander Arnold.

Il giovane classe ’98 nato a Liverpool esordisce in prima squadra a 18 anni nella partita contro il Middlesbrough del 14 dicembre 2016, mentre tre anni più tardi si consacra in Europa vincendo da protagonista la coppa dalle grandi orecchie. Doveroso citare il suo contributo nella clamorosa rimonta della semifinale di ritorno contro il Barcellona, passata alla storia per il calcio d’angolo battuto rapidamente dal 66 Reds, che colse impreparata la difesa blaugrana e di fatto consegnò la finale al Liverpool. Trionfi che hanno portato Alexander Arnold nel cuore dei tifosi, tanto da dedicargli un murale in città che lo raffigura con la frase “Sono solo un ragazzo di Liverpool i cui sogni sono diventati realtà”.

Più recente e analoga la realtà a Londra, con il Chelsea fresco vincitore della Champions League con un prodotto delle giovanili dei Blues protagonista, il classe ’99 Mason Mount grazie al suo assist finalizzato da Kai Havertz ha riportato l’iridato trofeo a Stamford Bridge, a nove anni di distanza dall’ultima volta. Anche il Manchester United dall’alto della sua tradizione detiene un record difficile da spodestare, basti pensare che dalla sfida contro il Fulham del 1937 a quella contro l’Everton del 2019, i Red Devils hanno sempre schierato un prodotto del loro vivaio nell’undici titolare, contando quattromila partite consecutive con un giocatore dell’academy nel terreno di gioco.

Nell’annata calcistica 2019/2020 i diavoli rossi di Manchester hanno avuto in rosa dodici calciatori provenienti dal settore giovanile su ventisei, con più del 91% dei gol stagionali realizzati da un giocatore cresciuto nel vivaio del club. Tra tutti spicca il ventiquattrenne mancuniano Rashford, vero idolo della città nonché uno dei migliori prospetti del panorama mondiale, autore di una doppietta al suo esordio nel febbraio 2016 contro l’Arsenal, schierato senza remore in una gara che vedeva la squadra opporsi una grande del calcio britannico.

A distanza di tre settimane un suo gol decide il derby contro il Manchester City, diventando il giocatore più giovane della storia dello United a segnare in una stracittadina.

In Germania la musica non cambia o quasi, poco più della metà dei calciatori sono stranieri, 290 su 536, pari al 54.1%, considerando che in Bundesliga a differenza di Premier League e Liga, le squadre partecipanti sono 18 e non 20. Nell’ultimo decennio è stato lo Stoccarda a distinguersi su tutte per il lavoro svolto con i giovani, facendo emergere campioni del calibro di Werner, attuale numero 11 del Chelsea, il centrocampista del Bayern Monaco Kimmich che a ventisei anni conta sedici trofei alzati con il club bavarese e Gnabry, classe ’95 autore di 23 gol in 46 presenze nella stagione del triplete degli uomini di Flick.

Impossibile lasciare da parte il match winner della finale di Porto Kai Havertz, l’acquisto più costoso dei Blues prima di approdare a Londra, trascorre undici anni con il Bayer Leverkusen, divenendo il primo calciatore al di sotto dei vent’anni a concludere una stagione segnando più gol di tutti in campionato grazie alle 17 marcature; la stagione successiva invece diventerà il secondo giocatore più giovane a segnare 25 gol in Bundesliga.

E chi se non il Borussia Dortmund a vincere il premio “settore giovanile” in Germania, con una miriade di giovani talenti forgiati nelle trafile giallonere, con Marco Reus vero emblema del club, che dal 1995 al 2002 ha preso parte in tutte le squadre giovanili della squadra. Il classe ’89, escludendo la parentesi di tre stagioni con il Borussia M’gladbach, è un titolare in pianta stabile a Dortmund dal 2012, giurando in più di qualche occasione un amore incondizionato per la Piazza e per i suoi tifosi.

Nel nostro Paese a pagare è lo scarso apporto delle scuole calcio nei confronti dei piccoli talenti in erba, ai quali non viene concesso nella maggior parte dei casi il tempo necessario per sbagliare e crescere con un’educazione sportiva. Tanti allenatori e membri delle squadre, al termine di una partita giocata in un campo di periferia in terra battuta con quattro gatti sugli spalti, vedono bambini e ragazzi già sul tetto del mondo con una medaglia d’oro intorno al collo. A pagare è un sistema il più delle volte poco meritocratico, molto fertile per “gli amici degli amici”, che si tratti delle categorie dei “Pulcini” o dei più cresciuti “Allievi” fino a terminare alla prima squadra, facendo cadere in un buio cosmico il sano divertimento di chi condivide con i propri coetanei la passione di avere un pallone tra i piedi, interpretato come ore di evasione e svago volto ad occupare il pomeriggio.

Devono essere le parole dell’allenatore Maurizio Viscidi a poter gettare le basi per il futuro: il coordinatore delle Nazionali maschili della FIGC durante l’intervista per l’Ultimo Uomo, offre spunti di riflessione per dei valori divenuti ormai merce rara, spesso messi da parte in uno sport sempre meno romantico, con frasi destinate a riecheggiare e acquisire grande risonanza, perché da tempo hanno cessato di essere la normalità nello sport più amato e seguito della Penisola.

“Gli allenatori di giovani sono un problema: quelli bravi vogliono fare carriera e non pensano abbastanza a donare formazione; quelli scarsi si accontentano e non migliorano i loro giocatori. Vincere un torneo sarebbe il coronamento degli sforzi di molte persone in tutti questi anni. Ma quando lavori con i giovani il trofeo è secondario rispetto alla costruzione di valore. E in questo senso la nostra continuità di risultati ha un valore enorme. Non alleni i giovani per fare carriera, non li alleni per il risultato. Li alleni per alzare il loro livello e mantenerlo costante.

Un allenatore di giovani deve saper insegnare anche come ci si comporta. Anche a essere buoni cittadini oltre che buoni calciatori. Abbiamo iniziato a fare un gioco con le nostre squadre. Quando arriviamo in uno stadio facciamo una foto agli spogliatoi prima di entrarci e ne facciamo un’altra quando li lasciamo. Le due immagini devono coincidere. Dobbiamo essere rispettosi dei luoghi e delle persone che ci ospitano. Formare è anche questo”.
Un discorso che dovrebbe essere appeso in ogni spogliatoio, che possa fungere da monito per giovani uomini, prima che per giovani calciatori.

A questo calderone, spesso preso in ostaggio da ultras e filonostalgici di un calcio fatto di radio e Adidas Tango, si aggiungono le pay tv, con Sky e DAZN che riversano milioni di euro per i diritti della prossima stagione. Prima approvato e poi revocato, aleggia sul prossimo campionato l’ombra del “calcio spezzatino” che prevede un nuovo schema con le squadre in campo di sabato alle 14.30, alle 16.30, alle 18.30 e alle 20.45; la domenica lunch-match delle 12.30, per poi proseguire con lo stesso programma del sabato, lasciando invariato il posticipo del lunedì alle 20:45. Tutto ancora in divenire, ma la strada è ormai tracciata già da anni.

Orari sfasati per le partite hanno di fatto allontanato dal calcio tanti sostenitori che affollavano gli stadi, rendendo più comoda, intuitiva e veloce la visione tv di un evento, grazie anche al servizio di streaming e registrazione nato nelle ultime stagioni. La ripartizione dei diritti televisivi ha tenuto banco in molte polemiche, con il 40% in parti uguali ad ogni club per guadagno economico, il 30% in base al bacino d’utenza (25% tifosi, 5% dimensioni del comune di residenza) e il restante 30% in virtù dei risultati sportivi (15% risultati ultimi 5 anni, 10% risultati dal 1946 fino a 6 anni fa e 5% risultati ultima stagione).

Guadagni mai del tutto investiti nel sistema e soprattutto da parte delle società, come dimostrano stadi fatiscenti, con gli ultimi lavori di rimodernizzazione risalenti perfino ai tempi dei Mondiali Italia ’90, con standard di sicurezza troppo lontani dal resto d’Europa. Al contrario di quanto sostiene il film dei fratelli Coen, l’Italia si dimostra, almeno in ambito calcistico, un Paese per vecchi.

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