mercoledì, 27 Ottobre 2021

Usa, Biden ricorda massacro di Tulsa: “Suprematismo bianco è minaccia letale per Paese”

Cento anni fa, circa 300 cittadini afroamericani furono assassinati e il loro quartiere distrutto. Sull'accaduto ci sono ancora fatti poco chiari

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“Oggi la minaccia più letale per il paese è il suprematismo bianco. L’odio non è mai sconfitto, si nasconde soltanto”. Con queste parole, il presidente americano ha ricordato il massacro di Tulsa.

Cento anni fa, circa 300 cittadini afroamericani furono assassinati e il loro quartiere distrutto.

Agli inizi del Novecento, Tulsa era un’importante città americana dello stato dell’Oklahoma. Si viveva bene. Infatti, il tenore di vita era alto.

Le oltre diecimila persone afroamericane che ci vivevano, gestivano importanti attività commerciali. Si trattava di un caso eccezionale, dal momento che in quell’epoca, negli Stati Uniti, i quartieri afroamericani erano solitamente i più poveri. Purtroppo, tutto questo fu distrutto nell’arco di un solo giorno. Era il 31 maggio 1921.

Cosa accadde nel 1921

Il giorno prima, il 30 maggio, Dick Rowland, un lustrascarpe diciannovenne nero incontrò  Sarah Page. Una diciassettenne bianca che faceva l’operatrice di un ascensore. Le vite dei due si incrociarono in un edificio in cui c’era l’unico bagno pubblico della città per persone nere.

Rowland, dovendo andare al bagno prese l’ascensore. Cosa sia accaduto dal quel momento, ancora oggi risulta poco chiaro. Ad un certo punto, Page urlò. L’ipotesi più probabile, avanzata dalla Oklahoma Historical Society, è che Rowland le abbia semplicemente pestato un piede. Sul momento, però, non si capì cosa fosse successo. Molte persone accorsero dov’erano i due, che nel caos, scapparono.

La mattina del 31 maggio un giornale locale scrisse che «un negro aveva aggredito una ragazza». Fu questo, l’inizio della fine. Rowland venne arrestato, nonostante Page non avesse denunciato nessuno.

Senza dubbio, l’episodio scatenò il razzismo sistemico della società statunitense di allora. All’epoca dei fatti, in Oklahoma era molto attivo il Ku Klux Klan (il noto gruppo terrorista di razzisti e suprematisti bianchi). Inoltre, i bianchi provavano una profonda invidia per il ricco quartiere.

La sera del 31 maggio una folla di uomini bianchi si radunò sotto la prigione in cui era rinchiuso Rowland, per linciarlo. Poco dopo, per difenderlo, arrivò un gruppo di uomini afroamericani, anche loro armati. In pochi secondi, la situazione degenerò.

I neri erano in minoranza. I bianchi ivasero il quartiere distruggendo e incendiando le case e saccheggiando i negozi. I bianchi «tentarono di uccidere ogni persona nera che incontravano».

Secondo le ricostruzioni più affidabili morirono tra le 100 e le 300 persone mentre i feriti furono centinaia. I cadaveri furono impilati agli angoli delle strade, trasportati fuori dalla città su camion di proprietà del comune, bruciati in inceneritori, scaricati in un fiume o ammassati in fosse comuni. Seimila persone furono imprigionate e quasi tutti gli abitanti del quartiere rimasero senza dimora.

Il massacro di Tulsa rimase ignorato per quarant’anni. Alla fine degli anni Sessanta, un politico e giornalista afroamericano nato a Tulsa, Don Ross, fondò un giornale che pubblicò alcuni articoli riguardo al massacro.

In seguito Ross entrò nel congresso statale dell’Oklahoma e istituì una commissione allo scopo di ricostruire gli eventi del 1921. Chiese inoltre un risarcimento per i sopravvissuti e i loro parenti. Il congresso statale e la corte federale rifiutarono la richiesta.

Solo lo scorso anno il dipartimento statale dell’istruzione ha detto di voler inserire il massacro nei programmi di storia delle scuole. I sopravvissuti al massacro sono tre, tutti ultracentenari.

Di recente sono stati ascoltati da una commissione del Congresso sui fatti di Tulsa, che sta indagando sull’opportunità di concedere un risarcimento ai discendenti delle vittime.

 

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