martedì, 19 Ottobre 2021

Processo “Ambiente Svenduto”: ILVAlore di Taranto

Il pm ha chiesto condanne per 400 anni di carcere. Sono 47 gli imputati tra dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico, politici e imprenditori. Alla sbarra gli sciagurati anni di gestione della famiglia Riva.

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Ci sono voluti nove anni per ottenere le prime risposte del processo “Ambiente Svenduto”. Tutta la città aspettava questa giornata, tutta la regione, tutta l’Italia, perché l’ex Ilva è un caso di portata nazionale. Un modello di come non si dovrebbe mai gestire un polo industriale, considerato secondo solo alla Fiat Mirafiori negli anni d’oro. Di come non si debba mai più sacrificare la salute pubblica sull’altare del profitto. Di come sia stato deturpato il destino culturale della florida capitale della Magna Grecia. Di come un territorio, e i suoi abitanti, si trovino a pagare il prezzo più alto in termini di posti di lavoro perduti e prospettive future sempre più limitate.

Tutti aspettavano da quel 26 luglio del 2012, quando l’inchiesta portò al sequestro degli impianti dell’area a caldo; quando la pubblica accusa puntò il dito contro ciò che era già sotto gli occhi di tutti, scritto a chiare lettere nei registri dei tumori, nelle ordinanze di abbattimento del bestiame e di divieto di consumo per gli alimenti agricoli prodotti nelle aree adiacenti l’Ilva. Da quando, cioè, gli atti dell’inchiesta misero nero su bianco che si trattava di un inquinamento “devastante per l’ambiente e per la salute”.

Anche il Nord aspettava questo giorno. Il Nord industriale che vive di acciaio per la meccanica e la componentistica delle automobili, e che già nel 2019 denunciava una perdita di 7,3 miliardi di Pil in soli sette anni. In quei “sette anni perduti dell’Ilva”, erano andati “in fumo 23 miliardi di euro di Pil, l’1,35% cumulato della ricchezza nazionale”, scriveva Il Sole 24 Ore, sottolineando che “l’Ilva è una questione nazionale”. Ma il declino dell’ex-Ilva si è riverberato negativamente su gran parte dell’industria metalmeccanica dell’Europa, di cui l’impianto tarantino è il quarto polo produttivo per l’acciaio.

Davanti alla Scuola Sottufficiali della Marina, il sit-in di cittadini e associazioni ambientaliste, convocato già per le 9 del 31 maggio, dice tutto. Tutti aspettavano, sin dall’avvio del dibattimento cinque anni fa, gli esiti del processo per il “presunto disastro ambientale” causato dall’ex-Ilva di Taranto. Alla sbarra gli sciagurati anni di gestione della famiglia Riva: 47 gli imputati – 44 persone e 3 imprese – tra dirigenti ed ex dirigenti dell’industria siderurgica, politici e imprenditori.

Per le parti, la convocazione alle ore 10 nell’aula magna della Scuola Sottufficiali della Marina militare, dove i giudici sono riuniti in camera di consiglio dalla serata del 19 maggio scorso. È di Stefania D’Errico, presidente della Corte d’Assise (a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari), il compito di dare lettura del dispositivo.

Nella sua requisitoria, il pubblico ministero Mariano Buccoliero, ha chiesto 35 condanne per un ammontare di circa 400 anni di carcere, il non luogo a procedere per altri 9 imputati con la motivazione della prescrizione, oltre a sanzioni pecuniarie e misure interdittive per le tre società imputate: Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici.

Comunque vada, non saranno sufficienti 400 anni al territorio tarantino per contrastare gli effetti dell’inquinamento, dei fumi che avvelenano l’aria, delle scorie sepolte che impregnano il terreno, delle sostanze chimiche disciolte nel Mar Piccolo.

E quale destino per un tessuto sociale dilaniato, giorno dopo giorno, fra la difesa del diritto al lavoro e la tutela del diritto alla salute? In ballo c’è il futuro di almeno due generazioni di operai e dei loro figli, ai quali è stata sottratta qualsiasi prospettiva di sviluppo per il futuro. Per comprendere quanto la gestione Riva sia stata opinabile è sufficiente elencare le accuse di cui sono chiamati a rispondere gli imputati.

I principali capi di imputazione

Associazione per delinquere per delitti contro la pubblica amministrazione: corruzione, concussione e falso; il fatto di operare “con continuità e piena consapevolezza una massiva attività di sversamento nell’aria determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte”; “l’omissione di gestire in maniera adeguata impianti e apparecchiature per impedire lo sversamento di una quantità enorme di emissioni diffuse e fuggitive”. Sono queste le accuse per Fabio Riva, ex proprietario ed ex amministratore Ilva, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento di Taranto, Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per i rapporti istituzionali, e Nicola Riva, fratello di Fabio, anch’egli ex proprietario ed amministratore Ilva. 

Associazione finalizzata al disastro ambientale anche per Francesco Perli, legale dell’Ilva, e Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, fiduciari dei Riva e dotati di grandi poteri decisionali.

Massiva attività di sversamento, mancato impedimento di una “quantità enorme” di emissioni, contaminazione dei terreni con l’avvelenamento di 2mila 271 capi di bestiame e la distruzione di diverse tonnellate di militi del primo seno del Mar Piccolo di Taranto avvelenati da diossina, pcb e metalli pesanti. Sono le imputazioni  per i dirigenti Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, l’ex presidente Bruno Ferrante, escluso relativamente ai capi di bestiame), e l’ex direttore del siderurgico di Taranto e attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia, Adolfo Buffo.

Il coinvolgimento dei politici

Per l’ex sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, il pm ha chiesto il «non doversi procedere perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione».

Richieste condanne anche per l’attuale assessore regionale pugliese all’Agricoltura, Donato Pentassuglia, del Pd, all’epoca presidente della commissione regionale Ambiente (8 mesi); per l’ex assessore della Regione Puglia, Nicola Fratoianni (8 mesi); per l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (5 anni); per l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido (4 anni), e per l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva (4 anni). Vendola è accusato di aver fatto pressioni su Arpa Puglia, Agenzia per l’ambiente della Regione Puglia, affinché modificasse la relazione sulla cokeria Ilva.

Per tutto questo quello di Taranto resterà un ambiente svenduto. A prescindere dalla sentenza.

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