mercoledì, 22 Settembre 2021

Coronavirus India, come è Stato possibile

Da due mesi l'India registra il record mondiale di nuovi casi e vittime. Il sistema sanitario è al collasso. Le scelte politiche sbagliate del primo ministro Narendra Modi hanno piegato il Paese davanti all'emergenza

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Le persone muoiono fuori dagli ospedali, senza fiato, in attesa di essere ricoverati. Sacchi di cadaveri sono ammassati negli obitori. L’India non ha più spazio per i morti. Vengono bruciati ammucchiati nelle pire funebri, per le strade, diventate forni crematori all’aperto.

E ancora molti altri malati potrebbero morire se non riceveranno, in tempo, le cure di cui hanno bisogno. Sono scene strazianti, quelle che giungono dall’India da più di un mese, ormai.

Proprio da quel Paese, che a febbraio pensava di tenere l’epidemia sotto controllo. Di averla superata. E che oggi, invece, è l’epicentro mondiale della pandemia. Focolaio di una nuova variante, quella indiana B.1.617. Tra le più infettive e più resistenti ai vaccini.

La seconda ondata, in India, è iniziata a marzo. I casi giornalieri sono aumentati costantemente. Dalla seconda metà di aprile, il Gigante Asiatico ha iniziato a registrare quotidianamente un triste record mondiale. Dai 200mila casi giornalieri, il 21 aprile sono arrivati a superare i 300mila, e poi ancora di più. Fino a a toccare la soglia degli oltre 400mila. Raggiungendo, in questo modo, il numero complessivo di 17.313.163 positivi e oltre 195mila morti.

Ma in un paese che supera il miliardo di popolazione, per la maggior parte povera, e con un sistema sanitario inefficiente, il sospetto che milioni di persone si siano ammalate e siano morte di Covid senza saperlo è più che fondato. Infatti, per gli epidemiologi, il numero reale dei casi potrebbe essere tra le dieci e le trenta volte più alto.

Perché l’India non ha saputo contenere l’epidemia

Nella prima ondata, iniziata a giungo 2020, i contagi non avevano superato i 100mila casi al giorno. Il picco era stato raggiunto a settembre: da quel momento la curva dei contagi aveva iniziato a scendere, per poi raggiungere il minimo a febbraio.

Si parlava, addirittura, di immunità di gregge. Molte persone erano morte, soprattutto tra i più poveri, i più colpiti. Ma si stava “tornando alla normalità” (un’espressione che, mai come nell’ultimo anno, ritorna costantemente nelle nostre speranze). Le scuole avevano riaperto, la gente usciva e si incontrava. La stagione delle elezioni era iniziata.

Dopo circa due mesi, però, la curva ha iniziato a risalire. Dapprima lentamente. A febbraio, infatti, i contagi erano poco più di 13mila. Poi, a fine marzo, è iniziata la salita ad un ritmo sfrenato. Superando, addirittura, i record degli Stati Uniti, il Paese che fino ad allora aveva registrato il numero più alto di casi in rapporto alla popolazione.

“Siamo stati troppo ottimisti e abbiamo abbassato la guardia. A gennaio sembrava che il covid-19 fosse scomparso dalle nostre vite: sono ricominciati i grandi raduni, tutto è stato riaperto. Ciò ha contribuito notevolmente alla diffusione del virus”, ha riferito l’epidemiologo dell’Hinduja National Hospital Pinto.

Già, i raduni. Quelli organizzati dal primo ministro Narendra Modi, perché, secondo lui, bastava essere ‘ottimisti’ per combattere la pandemia. Il capo del governo indiano, in tutti questi mesi, non ha fatto altro che sminuire la gravità della pandemia. Non l’ha combattuta, portando, a marzo, decine di migliaia di persone, senza mascherine, all’inaugurazione del nuovo stadio di cricket (che, tra l’altro, porta il suo nome).

E non l’ha combattuta continuando ad organizzare le sue campagne elettorali nello stato del West Bengala. Non l’ha combattuta, incentivando circa 3,5 milioni di persone a partecipare al festival religioso di Kumbh mela. Ossia, la festa Indù alla quale ogni anno milioni di pellegrini si riversano sulle rive del Gange.

E così, i contagi hanno iniziato a risalire. Ma il governo, chiuso nel proprio campanilismo e nella propria auto celebrazione, ha ignorato la tragedia a cui stava andando incontro il suo popolo. Modi è arrivato troppo tardi.

Ha interrotto la sua campagna elettorale solo dopo che i suoi rivali avevano annullato i loro comizi. Ha bloccato il pellegrinaggio per l’immersione rituale nel Gange solo dopo la morte del capo di uno dei più importanti circoli di devoti indù.

La campagna di vaccinazione è iniziata troppo tardi e con troppe poche dosi. Eppure, solo pochi mesi prima si vantava della capacità dell’India nella ricerca e nella produzione di vaccini che, secondo lui, avrebbero permesso di proteggere non solo il suo Paese ma, addirittura, molti altri nel mondo.

Chi è Narendra Modi, il primo ministro dell’India

Un leader rassicurante, carismatico, sovrumanamente invincibile al virus? Tutt’altro. Un incosciente. Un egocentrico. Un demagogo incantatore. Un Donald Trump indiano (che fa l’indiano). L’emblema di un governo “incompetente e spaccone”.

“Grazie a soluzioni made in India abbiamo controllato la diffusione del virus e migliorato le infrastrutture sanitarie”, si vantava. “La nostra capacità di ricerca e produzione dei vaccini ha protetto non solo l’India ma molti altri Paesi in tutto il mondo”.

Non a caso, a febbraio, il Bharatiya janata party, il suo partito (sicuramente non di parte), lo aveva definito “il precursore che aveva sconfitto il covid-19”. Verrebbe quasi da ridere, nel commiserarlo, se non fosse che a causa sua, migliaia di persone sono morte.

“La grande farmacia del mondo”, con questi termini, Modi aveva definito l’India. Un’espressione che dà la misura del suo egocentrismo sproporzionato. Il presidente pensava, addirittura, di riuscire a produrre vaccini anche per i Paesi più sviluppati, mentre per l’India si era assicurato solo un milioni di dosi! Un po’ pochi, forse, per una popolazione che raggiunge il miliardo e mezzo.

Ora, questo governo “incompetente e spaccone” ha ceduto al suo stesso nazionalismo, all’atmanirbharta, ossia l’autosufficienza nazionale. Quell’orientamento sbagliato che ha impedito l’arrivo di vaccini stranieri e finanziato solo produttori indiani, ma non abbastanza da garantire le dosi a tutti i suoi abitanti.

E così, la “grande farmacia del mondo” ha bloccato l’esportazione dei suoi vaccini e ha iniziato, costretta dall’emergenza fuori controllo, ad importarli dalla Russia per compensare le proprie insufficienze.

Forse solo Boris Johnson ha imparato dai suoi errori. Perché Modi, dal canto suo, continua a sbagliare. Non ha imposto nessun lockdown nazionale. Ogni singolo stato ha il potere di decidere per sé, nonostante siano tanti gli esperti che invocano una misura restrittiva dall’alto.

Lo ha detto anche l’immunologo e consulente medico della Casa Bianca, Anthony Fauci, in un’intervista alla stampa indiana. “L’India deve imporre un lockdown di diverse settimane nel tentativo di frenare la devastante epidemia di Covid-19” .

Ma il presidente Modi, teme che le chiusure possano mettere in ginocchio l’economia indiana. Il che è vero, da un punto di vista, ma triste dall’altro: ancora una volta, è l’economia a decidere della vita o della morte dell’uomo.

L’india ha un sistema sanitario al collasso

Il sistema sanitario indiano si è rivelato non all’altezza della situazione. In alcune città non ci sono più posti nelle terapie intensive. I farmaci e l’ossigeno scarseggiano al punto che il governo ha deciso di requisire l’ossigeno alle industrie per sopperire a questa carenza.

Tragedia nella tragedia, il 21 aprile quattro pazienti ricoverati per Covid-19, sono morti a causa di una fuga di ossigeno in un ospedale di Nashik, nello stato del Maharashtra.

La zona più colpita è Dehli, con 16 milioni di abitanti, dove il 19 aprile è stato imposto un lockdown di una settimana fino al 26, esteso poi al 10 maggio. La situazione, però, non è cambiata.

Al 9 maggio, l’India registrava ancora oltre 400mila nuovi contagi e 4.000 morti al giorno. Da due giorni, i dati sono scesi, ma di pochissimo. Nelle ultime 24 ore, sono stati registrati 329.942 casi e 3.876 morti. Numeri che portano il totale a 22.992.517 casi e 249.992 morti da inizio pandemia. Attualmente ci sono 3.715.221 casi attivi nel Paese, 30.016 in meno rispetto al giorno precedente. È la prima volta, dopo diverse settimane, che questa cifra è in diminuzione.

Un nuovo allarme per l’India, la mucormicosi

A peggiorare ulteriormente la situazione è ora l’allarme lanciato per la mucormicosi. Si tratta di una rara infezione micotica rinocerebrale, che si sta manifestando come conseguenza del Covid. L’infezione fungina colpisce naso, palato, occhi, e può avere gravi conseguenze sul cervello e sui polmoni.

Il dottor Tatyarao Lahane, responsabile del Dipartimento di Ricerca Medica dello Stato, conferma che i casi sono in crescita. Sebbene dal Covid si possa guarire, per alcuni il ricordo di questa terribile esperienza lascerà segni indelebili.

I paesi UE bloccano i voli dall’India ma intervengono in soccorso

La paura che la variante indiana possa avanzare in Europa così come in India è tanta. Per questo motivo, molti paesi dell’Ue hanno deciso di bloccare i voli provenienti dal Paese. L’Italia ha bloccato anche i voli provenienti da Sri Lanka e Bangladesh.

L’Australia, unico Paese a farlo, ha previsto, addirittura, multe e carcere fino a cinque anni per gli australiani di rientro dal Paese.

Ma nonostante la chiusura dei voli, l’Europa non ha voltato le spalle all’India. In un twit del 29 aprile, Ursula von der Leyen ha scritto: “L’India ha bisogno del nostro sostegno e della nostra solidarietà” esprimendo la vicinanza dell’Europa in questa tragica situazione. E ringraziando i Paesi Europei che già avevano inviato i loro aiuti a Dehli: Italia, Francia,  Germania, Austria, Finlandia e Irlanda. Ma gli aiuti sono arrivati anche dalla Russia e dagli USA.

Le misure dell’Italia per prevenire la diffusione della variante B.1.617

In Italia, il ministro Speranza ha vietato l’ingresso nel nostro Paese per chi arriva dall’India. Per gli Italiani che tornano a casa, è obbligatorio sottoporsi al tampone e osservare il periodo di quarantena.

Da giorni, il nostro Paese è col fiato sospeso per la coppia italiana rimpatriata dall’india. Si trovavano lì per adottare Mariam, una bimba di due anni. Sono stati travolti dalla pandemia e, a fine aprile, avevano lanciato l’appello al Governo e all’Ambasciata per essere rimpatriati.

La donna, Simonetta, positiva al Covid ha raccontato che in ospedale era “in una stanza di due metri per due metri. Alcune persone sono morte davanti ai miei occhi”. Adesso, mamma Simonetta e papà Enzo devono lottare contro il Coronavirus, probabilmente la variante indiana, che li ha entrambi contagiati.

All’inizio, Enzo era asintomatico. Tornato in Italia, la sua situazione è peggiorata ed è tuttora ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Careggi. Sua moglie Simonetta invece, malata da giorni, è in isolamento nel reparto di malattie infettive. Sono stabili entrambi, la bambina invece è negativa.

La variante indiana nel mondo

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità – OMS, la variante indiana è stata ormai rilevata in 17 Paesi nel mondo. Tra quelli che hanno visto una diffusione più rapida rientrano Stati Uniti, Regno Unito e Singapore ma anche Belgio, Svizzera, Grecia e Italia. Nel nostro Paese i primi casi sono stati rilevati in Veneto, un padre e una figlia appena tornati dall’india.

In un volo atterrato a Fiumicino dall’India lo scorso 28 aprile, è stato rilevato un caso di variante tra i 23 positivi. Altri due casi in Puglia, si tratta sempre di cittadini indiani rientrati in Italia  Ed ora si teme che le regioni con casi di variante indiana possano aumentare sempre di più. Così come nel resto del mondo.

Tutto questo ci racconta uno scenario lontano dalla normalità e più vicino alla catastrofe. Ma forse può essere di conforto sapere che nessuno è solo. Sebbene la pandemia abbia causato innumerevoli morti, povertà e disperazione, questa solidarietà fra le nazioni ci ha unito e reso più forti.

E si spera che quello che oggi noi leggiamo o vediamo nei monitor delle TV, dei PC, degli smartphone – le immagini delle pire infuocate dove ardono le vittime del Covid, uomini e donne fuori dagli ospedali disperati e in attesa di ricoverare un padre, una madre che stenta a respirare – possa aumentare la responsabilità e l’attenzione di ciascun singolo in questa battaglia contro il virus. Perché è infido, avanza silenzioso ma si insinua al punto di non poterlo più mandare via. Non possiamo ancora abbassare la guardia. Non possiamo ancora tornare alla normalità. Perché il virus colpisce quando pensiamo di essercene liberati.

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