martedì, 21 Settembre 2021

Quel retrogusto amaro della Giustizia: la dignità pestata di ognuno di noi

Una società assuefatta all'ingiustizia fonda la propria tranquillità nel "tanto a me non capiterà mai". Vero per molti, ma è anche vero che proprio per la loro natura universale, certe questioni devono obbligatoriamente riguardare tutti

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Cinque ore in Camera di Consiglio, lunghe quasi come i 12 anni che sono passati dalla morte di Stefano Cucchi. E poi, è arrivata la sentenza. Forte, anche se non definitiva, non è la Cassazione. Ieri, 7 maggio, a segnare un altro passo verso la fine di questa vicenda, ci ha pensato la Giustizia. La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha confermato la condanna in primo grado nei confronti di Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due militari accusati di aver picchiato a morte Stefano. La pena d’Appello è più alta di quella comminata in primo grado: da 12 a 13 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. In aggiunta, è anche arrivata la condanna di altri due carabinieri, Roberto Mandolini e Stefano Tedesco, per il reato di falso.  

Giustizia per Stefano Cucchi quindi, ma verrebbe da dire soprattutto per sua sorella Ilaria, una donna che in tutti questi anni ha combattuto senza tregua in nome della verità. Per Stefano, per i suoi genitori, per se stessa. Per chiunque sia stato “calpestato”, fisicamente e metaforicamente. 

Non si è fermata mai Ilaria, neanche di fronte ai vari depistaggi e insabbiamenti del caso. Neanche di fronte alle accuse di strumentalizzare la morte di suo fratello per avere notorietà. Non si è arresa quando è stata denunciata dal Coisp, il sindacato della Polizia, per “vilipendio dell’immagine della Polizia di Stato”. Alla querela, replicò:“Sono indagata per essermi ribellata alla mistificazione e alle infamanti menzogne sulla morte di mio fratello. Io non mi fermerò mai. Non avrò pace fino a quando non avrò ottenuto giustizia. Io voglio confessare tutto, ogni cosa. Queste morti offendono la Polizia, questo è sicuro. Offendono lo Stato. Questo è altrettanto sicuro. Offendono tutti”.  

E le parole di Ilaria Cucchi sono state profetiche: Giustizia. Giustizia non solo per la vittima o per i suoi familiari, ma per ognuno di noi, perché tutti siamo parte lesa. Giustizia che passerà un po’ in sordina, perché come sempre quando i tempi legali si protraggono per anni, la sensibilità della società viene meno. Giustizia che ha un retrogusto amaro e che, a ben vedere, non è una vittoria. È solo la battuta finale di una sconfitta, per tutti. Perché la morte di Cucchi è emblematica: sbatte in faccia quanto i diritti umani vengano messi spesso all’ultimo posto delle priorità nella nostra società, civile solo in apparenza. 

Una società ormai assuefatta alla superficialità, che guarda ai diritti calpestati in maniera disinteressata, come se ciò che accade agli altri non fosse affar nostro, una società che fonda la propria tranquillità nel tanto a me non capiterà mai. È vero, per molti di noi privilegiati probabilmente non arriverà mai il giorno in cui verranno lesi i nostri diritti fondamentali; ma è anche vero che queste questioni, proprio per la loro natura universale, devono obbligatoriamente riguardare ognuno di noi. 

Per questo tutti siamo tenuti a farcene carico: per poter avere il coraggio di guardarci allo specchio ogni giorno, per la dignità umana di chiunque, che ovunque non può e non deve mai essere calpestata. “Il primo bene di un popolo, è la sua dignità”, disse Cavour alla neonata Italia. A distanza di oltre 160 anni, la strada è ancora lunga. 

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