giovedì, 6 Maggio 2021

Covid, monoclonali intra-muscolo a domicilio: in arrivo nuovo protocollo esperti divisi

L'uso degli anticorpi monoclonali nella lotta al covid continua a tenere banco. Con qualche distinguo arriva il parere positivo da parte degli esperti. Pregliasco: "Potrebbe semplificare le cose".

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Un nuovo Protocollo sulle cure domiciliari per i pazienti Covid, elaborato dal Dipartimento di prevenzione del Ministero della Salute è in arrivo nei prossimi giorni. Nel documento viene sottolineata la “possibilità di avviare i pazienti affetti da Covid di recente insorgenza e con sintomi lievi-moderati, alla terapia con anticorpi monoclonali”.

Cosa sono gli anticorpi monoclonali?

Gli anticorpi monoclonali non sono un’alternativa ai vaccini, piuttosto un’arma complementare. In caso di una malattia infettiva, sono due le strategie terapeutiche per portare alla guarigione: usare farmaci, quali gli antibiotici o gli anti-virali, per uccidere l’agente infettivo, oppure vaccinarci e indurre la produzione di anticorpi o cellule del sistema immune che uccidono o inattivano l’agente infettivo.

In realtà, esiste anche una terza strategia, una specie di vaccinazione “passiva”. Ossia, inoculare degli anticorpi che bloccano l’agente infettivo. L’utilizzo avverrebbe a livello territoriale, in coordinamento con l’ospedale. Il parere degli esperti è in gran parte positivo.

Fabrizio Pregliasco – virologo dell’Università di Milano

“Stiamo per realizzare uno studio sull’utilizzo degli anticorpi monoclonali per via intra-intramuscolo” spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, “saranno da comparare all’uso endovena, già autorizzato, per vedere se questa somministrazione può essere adottata. Se il nostro Comitato etico darà l’ok, partirà uno studio, che è multicentrico, e per il quale speriamo di riuscire subito a reclutare almeno una decina di pazienti. Questa via di somministrazione potrebbe esemplificare le cose”, anche in vista delle cure domiciliari con questi medicinali.

Secondo Pregliasco “è importante rafforzare la vicinanza ospedale-territorio, quindi l’allerta del medico che deve sempre mantenere il contatto con il paziente positivo, in modo da somministrarli quanto più possibile in fase precoce in ambiente protetto. Credo sia un elemento da valutare per confermare risultati che sembrano interessanti”.

Giovanni Maga – virologo presso l’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia

“Monoclonali anti-Covid a domicilio? Tutte le cure e le forme di assistenza a casa sono benvenute”, sostiene il virologo Giovanni Maga, “ovviamente è necessario che ci sia un’organizzazione adeguata per la sicurezza e la somministrazione con le adeguate accortezze e un protocollo ben definito”. “Fino ad oggi – ha ricordato Maga – i monoclonali sono stati somministrati in regime ospedaliero perché vengono infusi per endovena, lentamente. E’ una procedura che non sempre è facile da fare a domicilio. Con metodi di somministrazioni differenti, che potrebbero arrivare presto, ci sarebbero meno problemi. Tutte le cure che vengono fatte a domicilio contribuiscano ad alleggerire il sistema sanitario nazionale”.

Inoltre “il monoclonale contro Covid va dato all’asintomatico che ha un rischio elevato di progressione, quindi a una persona tendenzialmente fragile e per la quale, magari, il day hospital può rappresentare un momento traumatico. Dunque se si riuscirà a fare questa terapia a domicilio è una buona cosa. Ovviamente servirà un protocollo che assicuri la possibilità di somministrare il farmaco in maniera corretta”.

Antonella D’Arminio Monforte – direttrice reparto Malattie infettive, ASST Santi Paolo e Carlo di Milano

Arriva un ni, invece, da Antonella D’Arminio Monforte, direttrice di uno dei reparti che somministra la cura su autorizzazione dell’Aifa. “Monoclonali anti-Covid in terapia domiciliare? Ni. Non perché non sarebbe possibile ma perché ci sono due problemi importanti: la selezione dei pazienti, che è abbastanza complessa. E la gestione di eventuali effetti avversi”.

Per la selezione dei pazienti, in particolare, “ci vuole un ‘occhio allenato”, precisa l’infettivologa, “perché la terapia può essere fatta solo a pazienti che non abbiano un’infezione troppo avanzata. Oltre al problema della scelta, però, c’è anche il problema di eventuali rischi di choc anafilattico, che possono essere gestiti con meno facilità sul territorio. Questi farmaci si somministrano, infatti, “in vena, in circa un’ora, non è la stessa cosa di un farmaco orale o un intramuscolo. Il medico deve prevedere di rimanere due ore con il paziente, per ogni eventualità. Bisogna anche prevedere un assistenza con possibilità di urgenze rianimatorie, anche se rare. Fino ad oggi nel nostro centro abbiamo somministrato oltre 30 terapie e abbiamo avuto solo un caso, lieve, di choc”.

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