La ricerca è stata presentata tre giorni fa, all’apertura della dodicesima edizione del meeting annuale sul “Cardiovascular Nursing” che si tiene a Copenaghen. E’ stata diretta dal professor Ercole Vellone, della Facoltà di Infermieristica dell’Università di Tor Vergata a Roma ed è stata sperimentata direttamente sul campo. Sono stati 192 pazienti, dell’età media di 70 anni, che si sono sottoposti a questo particolare esperimento dal quale è emerso che più è stretto il legame con le arti, più rapido e vigoroso è recupero dall’ictus.

Il segreto è racchiuso in un neurotrasmettitore, la dopamina che, stimolata dal piacere che l’arte infonde, viene maggiormente prodotta dall’organismo. Proprio Vellone spiega che “la dopamina migliora la qualità della vita ogni volta che viene rilasciata nel cervello. Sono necessarie ulteriori ricerche per verificare se anche altre forme d’arte possano stimolare il rilascio di dopamina”. Quindi, maggiore energia fisica e memoria, meno ansie e depressioni, a prescindere dalla gravità della patologia subita. Si tratta di un risultato davvero importante, perché l’ictus è al terzo posto delle cause di morte nel mondo occidentale ed è il primo colpevole di disabilità tra gli adulti.

Non è la prima volta che si applica una forma d’arte come rimedio ad una malattia. La musicoterapia, ad esempio, viene già largamente utilizzata per migliorare l’insegnamento, la riabilitazione e la terapia di diverse patologie di tipo neurologiche e psichiatriche. Tra queste, l’autismo infantile, disabilità motorie e il morbo di Alzheimer.

Michele Fiore

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