Un anno senza Pino Daniele, maestro del blues che era “tutta n’ata storia”

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La sera del 4 gennaio 2015 un infarto stroncò la vita di Pino Daniele. Si trovava nella sua casa a Orbetello, in Toscana. Un viaggio a 280 km/h verso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma, non servì a salvargli la vita. Il giorno successivo più di 100mila persone si riunirono in piazza del Plebiscito a Napoli per ricordarlo e omaggiarlo, un’impressionante manifestazione d’affetto vista solo in occasione dell’ultimo saluto di grandi come Totò ed Eduardo De Filippo. Un tributo nella stessa piazza nella quale 200mila persone lo consacrarono, nel 1981, sulla scena nazionale ed internazionale. Impossibile dimenticare il vero Pino, oggi ad un anno dalla sua scomparsa, anche nella caotica e sentimentale baraonda di iniziative e manifestazioni che accompagna il suo ricordo.

Quella tra il 4 e il 5 gennaio 2015 era una “Notte che se ne va, dinto o rummore ‘e chi fatica a sera. Notte astretta pe’ chi vvo’ durmì chiude l’uocchie e nun riesce a capì”, come cantava egli stesso. Da quella giornata triste è passato un anno e sembra quasi superfluo ricordare ancora una volta Pino Daniele, chi era e cosa ha fatto per la musica napoletana ed italiana in generale. Sembra inutile ma non lo è. Perché bisogna sempre tenere viva la memoria di un’artista che ha collaborato con i più grandi musicisti del blues e del jazz del mondo: da Eric Clapton a Pat Metheny, da Chick Corea a Bob Berg fino a Richie Havens. Un uomo che fin da ragazzino ha inseguito il suo sogno di diventare musicista, di poter gridare al mondo i suoi sogni, le sue rabbie, la sua protesta e le sue speranze. Fin dall’età di dodici anni, fin da quando imbracciò la sua prima chitarra elettrica, una ECO X27 suonata su un Paramount Meazzi da 10W. Poi gli esperimenti prog con i “Batracomiomachia” negli anni della protesta giovanile vissuta a suon di musica appresa dai vinili dei grandi del blues, del jazz e del rock, da George Benson a Louis Armstrong, fino a B.B. King e ai Led Zeppelin.

Così non è superfluo raccontare che Pino Daniele è una pietra miliare della musica italiana perché l’ha evoluta, ha mischiato la musica tradizionale napoletana con il blues americano, i suoni mediterranei e quelli africani. Ha inventato il Neapolitan Power, rinvigorendo il carattere superbo di una Napoli ricca di idiomi, culture e tradizioni differenti. Quando nel 1977 uscì “Terra Mia” il pubblico scoprì un nuovo modo di fare musica d’autore e Pino Daniele, con la sua voce inconfondibile, la sua abilità di chitarrista e l’ironia dei suoi testi ne era diventato il leader incontrastato.

Sul piano comunicativo Pino aveva certo le sue pecche, ma non si sottraeva al dialogo e al confronto, con quelli più bravi di lui come con quelli più giovani. Incontri come con altro grande napoletano, Massimo Troisi, momento che rappresenta una tappa fondamentale della sua vicenda artistica e umana. È la nascita di una grande amicizia simbiotica e di una collaborazione artistica invidiabile. Pino ha scritto le musiche per i primi tre film dell’amico, toccando con “Quando”, che chiudeva “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”, uno dei vertici della nostra canzone.

Valutare l’impatto della sua morte è difficilmente misurabile. Con la sua arte Pino Daniele è riuscito a travalicare i confini del proprio ambito creativo per entrare nella storia del proprio Paese. Grazie a lui almeno tre intere generazioni sono cresciute con i suoi dischi e l’insegnamento delle sue parole, con le emozioni uniche dei suoi concerti e la formazione collettiva della sua musica. E con la continua conciliazione di culture diverse in un grande e prezioso modello di apertura e tolleranza. È questa la grandissima lezione di un grande napoletano.

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