Addio a David Bowie, il Duca Bianco che aveva reso glam il rock

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David Bowie è morto. La scioccante notizia è stata data direttamente dalla famiglia sulle pagine ufficiali dei canali social: “David Bowie è morto oggi in pace circondato dalla sua famiglia, dopo una coraggiosa battaglia di un anno e mezzo contro il cancro. Mentre molti condivideranno con noi questa perdita, chiediamo il rispetto per la privacy della famiglia durante questo periodo di lutto”. La morte del Duca Bianco arriva pochissimi giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno e, contemporaneamente, con l’uscita del suo ultimo capolavoro “Blackstar”.

David Robert Jones, questo il vero nome di Bowie, era nato a Londra l’8 gennaio del 1947. Era salito sul palco nei primissimi anni ’60 e non ne era mai sceso. Artista eclettico, completo, ha sempre cercato di catturare tutto da ogni forma d’arte. Dall’arte mimica di Lindsay Kemp (“Da lui ho appreso il linguaggio del corpo, ho imparato a controllare ogni gesto, a caricare di intensità drammatica ogni movimento, ho imparato insomma a stare su un palco” disse), al sassofono di Ronnie Ross (“Quello strumento divenne per me un emblema, un simbolo di libertà”) dal quale prese qualche lezione, fino alle invenzioni geniali e surreali di Andy Warhol. Della sua malattia se ne era a conoscenza da tempo ma la notizia della sua dipartita è ugualmente dilaniante e sconcertante. A posteriori, il suo ultimo lavoro, Blackstar, sembra essere un oscuro presagio, un testamento scritto nella consapevolezza di essere arrivato alla fine della propria esistenza.

Era salito sul palco dalla metà degli anni sessanta e non ne era mai sceso. Bowie ha attraversato cinque decenni di musica rock, reinventando nel tempo il suo stile e la sua immagine e creando diversi alter ego come Ziggy Stardust, Halloween Jack, Nathan Adler e The Thin White Duke. Dal folk acustico all’elettronica, passando attraverso il glam rock, il punk, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato tantissimi artisti. E lanciandosi anche nel mondo del cinema con egregi risultati: nel 1976 fu protagonista del film di fantascienza ‘L’uomo che cadde sulla Terra’ di Nicolas Roeg. Tra le sue interpretazioni più note si ricordano Furyo in ‘Merry Christmas Mr. Lawrence’ di Nagisa Oshima del 1983, ‘Absolute Beginners’ e ‘Labyrinth’ del 1986, fino a ‘Basquiat’ di Julian Schnabel del 1996, nel quale ha interpretato il ruolo di Andy Warhol.

Artista prolifico come pochi, con uscite discografiche al ritmo di un disco all’anno, Bowie ha attraversato fasi diverse creando generi anche molto diversi tra loro: dal beat al ‘RnB bianco, dal glam rock all’electro pop intellettuale, fino al rock decadente. Per lui la musica “dovrebbe essere agghindata come una prostituta, come una parodia di se stessa, Dovrebbe essere una specie di clown, di Pierrot. La musica è la maschera che nasconde il messaggio. La musica è il Pierrot e io, l’artista, sono il messaggio”. Davvero grande avanguardista e sperimentatore dal talento unico, David Bowie se ne va, lasciando anch’egli un grande vuoto nel mondo dell’arte, un mondo che sta perdendo più talenti di quanti ne riesca a generare.

Non si è mai curato delle critiche ma ha sempre cercato di innovare la sua arte. Come nel 1971 quando, durante l’ultima fase di lavorazione di Hunky Dory, compare un altro elemento cruciale per la futura carriera di Bowie. Alla Roundhouse di Londra andava in scena la produzione statunitense intitolata Pork, adattamento compiuto da Andy Warhol di una raccolta di conversazioni registrate negli ambienti equivoci di New York che mette insieme il travestito Wayne County, le super-maggiorate Geri Miller e Cherry Vanilla, e Tony Zanetta nella parte dello stesso Warhol. Una parata di masturbazione, omosessualità, droga e aborto che il per il teatro britannico rappresentava uno spaventoso assalto di cattivo gusto. Per Bowie però quella era un’esplosione d’arte. Il venire a contatto con la bizzarria di Andy Warhol durante le rappresentazioni di Pork, per Bowie, rappresentava un incredibile punto di svolta. Da quel momento, e dall’incontro vero e proprio con l’artista americano nasceva in lui il gusto della fusione tra musica e messa in scena, iniziava a personalizzare il look e a capire l’importanza dei media, sfruttandoli per creare di sé l’immagine di una star. Da allora il suo ruolo sulle scene non si limitava più a quello di cantante-musicista che fa buon uso delle movenze del corpo, ma a quello di attore-musicista.

Immediato il tributo del mondo dello spettacolo e della cultura. Il premier britannico David Cameron ha voluto dare il suo tributo: “Sono cresciuto ascoltando e guardando il genio pop di David Bowie. È stato un maestro della re-invenzione. Una perdita enorme”. Tributo anche dallo spazio: l’astronauta Tim Peake, che si trova sulla stazione spaziale internazionale, ha espresso la sua tristezza su Twitter: “La sua musica è stata un’ispirazione per tanti”. Dall’Italia, il primo a parlare è stato Mogol: “Sono davvero addolorato della scomparsa di David Bowie, mi dispiace molto”. Mogol con Bowie ha collaborato due volte: Bowie decise, verso la fine del ’69 di tentare l’ingresso nel mercato italiano dei 45 giri con la pubblicazione di Space Oddity con il testo tradotto. “Le parole del brano, intitolato ‘Ragazzo solo, ragazza sola’ vennero scritte da me- spiega Mogol -. Fu in quell’occasione che ci fu la prima collaborazione con Bowie”. Anni dopo il chitarrista del Duca bianco incise un raro 45 giri con “io vorrei, non vorrei…ma se vuoi” dal misterioso titolo Music is lethal firmata Battisti-Bowie. “Questa seconda collaborazione – ha aggiunto Mogol – ha permesso di rilanciare e promuovere questo brano, scritta da me e Lucio, in tutto il mondo”.

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