Con noi al governo  i sindacati si autoriformino, o ci penseremo noi“. Come dire, o lo fanno da soli o ci pensiamo noi. I toni sono perentori, quasi da ultimatum. Così, l’esigenza di cambiare il sindacato espressa dal candidato premier dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, trova subito l’immediata reazione dei leader di Cgil, Cisl e Uil. Dalla caustica replica di Susanna Camusso, “linguaggio autoritario e insopportabile”, al pragmatismo di Annamaria Furlan, “pensi ai problemi del Paese”, fino all’ironia di Carmelo Barbagallo, “avanti un altro”.

Per i sindacati, archiviata la stagione della dialettica con Matteo Renzi, quando il ritorno allo spirito della collaborazione con il Governo Gentiloni sta dando i suoi frutti, tanto che il ministro del lavoro Giuliano Poletti invoca “il rispetto della loro autonomia e responsabilità”, si apre un nuovo fronte con la politica. Con il M5S a Palazzo Chigi, è l’avvertimento di Di Maio, cambierebbe tutto. “Tra i tanti problemi che abbiamo, se vogliamo essere competitivi si deve prevedere il cambiamento radicale del sindacato”. Più in dettaglio, “se cambia il lavoro deve cambiare il sindacato, dare la possibilità a organizzazioni più giovani di sedere a tavoli e agli stessi giovani di entrare nel sindacato. Un sindacalista che prende una pensione d’oro e finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità a rappresentare un giovane di 31 anni”.

Parole che Camusso accoglie come un’offesa. “Stiamo tornando all’analfabetismo della Costituzione, perché la libertà di associazione è un grande principio costituzionale. Quello di Di Maio è un linguaggio autoritario e insopportabile”, scandisce.

Camusso, dalla manifestazione di Roma contro la violenza sulle donne, ricorda che Di Maio “non è il primo” a dire di voler riformare i sindacati. “Ce n’è stato un altro che poi ha fatto il jobs act”, facendo riferimento a Matteo Renzi. Il deputato Cinque stelle per la segretaria generale della Cgil “dimostra tutta la sua ignoranza, e allo stesso tempo l’arroganza di chi crede che l’unico pensiero a contare sia quello di chi governa e non riconosce la rappresentanza”. Di Maio, secondo la numero uno della Cgil, “parla di cose che non conosce. Non sa come è fatto un sindacato, non sa che non è un’organizzazione statuale di cui decidi le modalità organizzative, è una libera associazione”. Ancora, insiste, “non sa che il sindacato cambia in continuazione, perché a differenza di altri soggetti, è radicato nei luoghi di lavoro ed è composto da decine di migliaia di militanti”. Il segno delle parole del candidato premier grillino, in sintesi, “è quello di ridurre la partecipazione alla democrazia”.

Meno dura, ma altrettanto ferma, la posizione della Cisl. “Non abbiamo bisogno di slogan o di aprire nuovi scontri ideologici tra la politica e il sindacato. Occorre invece affrontare con il dialogo i problemi del lavoro, a cominciare dal tema dei giovani, con grande senso di responsabilità, come sta facendo la Cisl da tempo”, replica Annamaria Furlan. Di Maio “lasci perdere queste inutili polemiche e si concentri semmai sui veri problemi del Paese a cominciare da come offrire un lavoro stabile ai giovani, o di come ridurre le diseguaglianze sociali e l’enorme divario nord-sud”.

Sceglie l’ironia, il numero uno della Uil Carmelo Barbagallo: “Avanti un altro. Se hanno idee buone per il mondo del lavoro, ce le facciano conoscere”.

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