“Con le mani legate” e a rischio di “denunce strumentali”. Questi i timori di polizia, carabinieri e guardia di finanza sul disegno di legge che identifica il reato di tortura come aggravante specifica per i pubblici ufficiali. Sulla scia emozionale della condanna della Corte di giustizia europea, riguardo ai fatti del G8 di Genova, il progetto di legge è stato analizzato e licenziato un mese fa dalla Camera dei Deputati. Ora però, in Senato si sollevano forti polemiche. Invitati dai Senatori a discuterne, il capo della Polizia Alessandro Pansa, il generale dei Carabinieri Tullio Del Sette e il generale della guardia di Finanza Saverio Capolupo hanno espresso il loro dissenso richiedendo, in sostanza, che  il ddl sia riscritto.

Secondo il senatore Psi Enrico Buemi, alla Camera il testo avrebbe subito “un’estensione verso una normativa che riguarda quasi esclusivamente i pubblici ufficiali”. In questa maniera, il disegno di legge sulla tortura non sarebbe più identificato come un reato comune ma un reato “proprio”, come dice il testo. Da parte loro i capi delle polizie pensano che, con il ddl configurato in questa maniera, l’ordine pubblico non potrà essere più garantito perché ogni tafferuglio porterebbe a piogge di denunce alla magistratura. Di opinione contraria il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Maria Sabelli. Per quest’ultimo, tali rischi non si configurerebbero perché la scelta verso un reato comune eviterebbe la restrizione del campo d’azione della legge “ai pubblici ufficiali e agli incaricati di pubblico servizio”.

Una seconda questione apertasi ieri riguarda il fronte migranti irregolari. La legge, nel testo della Camera, vieta l’espulsione forzata verso i Paesi dove si pratica la tortura. Questi Paesi, secondo il capo della polizia, sarebbero di difficile individuazione e per questo la norma renderebbe difficili le estradizioni e le espulsioni.

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