Manifestazione a difesa del programma 'Dreamers'
Manifestazione a difesa del programma 'Dreamers'

Epilogo di un sogno. Il presidente Trump, attraverso il segretario alla Giustizia Sessions, ha annunciato che cancellerà il programma voluto dal predecessore Obama per evitare la deportazione degli immigrati illegali portati dai genitori negli Usa quando erano bambini. Il capo della Casa Bianca però ha deciso di ritardare di sei mesi l’applicazione del provvedimento, per dare al Congresso il tempo di fare una legge che salvi queste persone e gli tolta la responsabilità di averle cacciate.

Secondo le stime più accreditate, negli Stati Uniti vivono circa 12 milioni di illegali, arrivati in grande maggioranza dall’America Latina, passando attraverso il confine col Messico. Di questi, circa 800.000 sono giovani che i genitori avevano portato con loro quando erano bambini, in media all’età di sei anni. Dunque persone che non avevano alcuna responsabilità del loro status, e sono cresciute negli Usa diventando americani a tutti gli effetti, tranne che per i documenti. Studiano, lavorano, molti servono nelle forze armate. Per salvarli dalla deportazione, nel 2012 Obama aveva varato per decreto il programma Deferred Action for Childhood Arrivals, DACA, che in sostanza consentiva loro di continuare a vivere negli Stati Uniti, in attesa che il Congresso riformasse l’intero sistema dell’immigrazione. Così era nata la generazione dei “dreamers”, cioé i ragazzi che sognavano di poter avere finalmente esistenze normali in America.

Il tema dell’immigrazione illegale però divide da sempre gli Usa, e viene usato in maniera demagogica per infuocare gli animi e veicolare i voti. Dodici milioni di illegali non sono certamente la principale emergenza in un paese con circa 350 milioni di abitanti, anche perché la grande maggioranza di essi vive onestamente, accettando i lavori umili che gli americani già integrati non vogliono più fare. L’ala più conservatrice del Partito repubblicano usa però questo tema per fare proseliti, a Trump l’ha sposata durante la campagna elettorale. Ora è stato costretto a ripagarla, anche se prima della sua cadidatura presidenziale aveva detto di essere contrario alla deportazione dei “dreamers”.

«Terminiamo il programma DACA, non perché queste persone sono cattive, ma perché dobbiamo fare rispettare le leggi», ha asserito Trump. E poi ha aggiunto una dichiarazione scritta, in cui ha detto che «non sono favorevole a punire dei bambini per le azioni dei loro genitori, ma dobbiamo anche riconoscere che siamo la nazione delle opportunità perché siamo uno stato di diritto». Obama ha rotto il suo silenzio, accusando il successore di andare contro la logica: «E’ una decisione crudele. Tutti vogliamo confini sicuri e un’economia dinamica, ma l’azione della Casa Bianca va contro il nostro spirito e il senso comune». Il Presidente ora spera che il Congresso lo tolga dall’imbarazzo, approvando nei prossimi sei mesi una legge che regoli lo status dei “dreamers”. Lui è pronto a firmarla, se in cambio i parlamentari finanzieranno il muro che vuole costruire lungo il confine col Messico. Senza un accordo, da marzo cominceranno le deportazioni. Nelle piazze intanto la rabbia accende la protesta: un’onda che parte dalla piazza antistante la Casa Bianca, si gonfia davanti alla Trump Tower a New York e poi si propaga velocemente in tutto il Paese.

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