Layla Bassim
Layla Bassim

Una decapitazione in pieno giorno. Succede in Arabia Saudita, un paese partner commerciale dell’Europa e degli Stati Uniti. Il video ritrae l’esecuzione di Layla Bassim, una donna, forse di origine birmana, che fu decapitata in mezzo ad una strada di La Mecca, in Arabia Saudita per aver ucciso la figliastra di sei anni. Il carnefice con due colpi ha tagliato la testa di Layla figlia di Abdul Mutaleb Bassim, dopo averla accusata di aver picchiato e violentato la bambina con un manico di scopa. Se è vero che nel nostro paese da sempre si lotta contro le forme di violenza, paiono condannabili le forme punitive, seppur dettate da politiche culturali e religiose, del sedicente stato islamico.

L’accaduto indignò il Paese, non, però, per la pena inflitta a Layla, nemmeno per l’esecuzione avvenuta in pubblico. I Sauditi, piuttosto, sono insorti per la pubblicazione del video in rete, dove anche la famiglia della donna avrebbe potuto vederlo.

“Non l’ho uccisa. Non c’è altro Dio che Dio. Non l’ho uccisa. Questa è un’ingiustizia”, grida Layla, come il video riporta, vestita di nero e inginocchiata per terra, circondata dagli agenti. Il boia, vestito di bianco, la costringe a sdraiarsi. La donna ha continuato a gridare di non essere un’omicida, prima di ricevere il primo colpo, che non risulta sufficiente a decapitarla. Subito dopo, qualcun’altro legge ad alta voce i motivi della condanna, come vuole la prassi per le esecuzioni che avvengono in questi Paesi.

Poco chiare le informazioni relative al paese d’origine della donna. Forse di origine birmana, della piccola comunità musulmana di Rohingya, una delle minoranze più perseguitate, secondo le Nazioni Unite.
Secondo i dati che riferisce Amnesty International, è il terzo Paese per numero di decapitazioni dopo Iran e Iraq.

La Saudi Press Agency ha riferito la scorsa settimana che le indagini sul caso Bassim hanno confermato la sua colpevolezza per l’omicidio di Kalthoum figlia di Abdul Rahman bin Ghulam Gadir, suo marito. Un rapporto delle Nazioni Unite spiega però che i processi che conducono alla pena di morte in Arabia Saudita sono “gravemente ingiusti”.

Stupro, omicidio , apostasia , rapina a mano armata e traffico di droga sono, infatti, punibili con la morte nello Stato ricco di petrolio; uno stretto alleato di Washington, inoltre, e un cliente delle compagnie americane e inglesi atte alla produzione e al commercio di armi.

Ci si chiede perchè l’islamismo è approdato sulle strade dell’Europa. In un momento in cui si parla fortemente di integrazione, è davvero questo il significato che vogliamo attribuirgli? Siamo convinti che barbarie di questo tipo debbano essere condannate sempre, comunque e ovunque.

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