La Polizia ceca sta procedendo a marcare ogni migrante, uomini, donne e bambini, in arrivo a Breclav, al confine con l’Austria, con un numero scritto a pennarello sul braccio, che identifica il treno d’arrivo e il vagone. Le stesse cifre, poi, vengono poi scritte sul biglietto del treno che la polizia sequestra. Un metodo immediato di individuazione dei migranti che tentano di raggiungere Germania ed Austria via treno. La cosa non è sfuggita alla comunità internazionale che ha subito paragonato il sistema di classificazione usato dai poliziotti slavi a quello, ben più oscuro, utilizzato dai nazisti a scapito degli ebrei deportati nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.

“È un fatto gravissimo”. Così il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna all’Ansa: “Decine di profughi sono stati letteralmente marchiati come fossero bestiame al macello, richiamando inevitabilmente il periodo più oscuro della storia contemporanea”. Questi segnali, secondo Gattegna, “sono soltanto gli ultimi di una serie di inquietanti accadimenti contro i quali ferma deve sentirsi la voce di tutte le società civili e progredite”. Il presidente degli ebrei italiani ha poi definito “gravissima l’immagine di un’Europa che appare sempre più fragile e incapace di affrontare le sfide che la investono”.

Il paragone, però, sembra forzato e capzioso. E questo per diversi motivi. Innanzitutto non si tratta di una marchiatura fuoco come nel caso del bestiame, o peggio, degli ebrei deportati. Poi, a parte l’uso della registrazione delle impronte digitali come disposto dall’Ue, si tratta di un metodo veloce e sbrigativo per accostare una persona ad, in questo caso, un treno. E infine l’identificazione dei migranti nulla ha a che vedere con la brutale e demoniaca deportazione nei campi di concentramento nazisti, luoghi nei quali si sono consumate, come la storia ci racconta, le peggiori nefandezze che l’uomo abbia mai compiuto. Non pare infatti che nella stazione di Breclav ci siano stati pestaggi, sevizie o torture. Ben altri sono i motivi che dovrebbero indignare le comunità religiose e le forze politiche. Non ultima, e anzi causa di tutto, situazione d’origine che spinge i migranti ad abbandonare le proprie terre natali. Ai responsabili delle comunità, ai capi di governo e alle associazioni umanitarie forse dovrebbe interessare più la gestione della crisi umanitaria che sta avvenendo e la risoluzione delle guerre che si combattono nei paesi da cui i profughi scappano. Non certo il tendenzioso richiamo di un simbolo appartenente a tutt’altra faccenda.

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