immagini di repertorio

L’intercettazione che non avrebbero voluto sentire i carabinieri del reparto operativo provinciale l’hanno registrata il 27 aprile del 2016, da uno dei telefoni messi sotto controllo nell’ambito dell’inchiesta che ha portato l’altro ieri a ventuno arresti per un giro di spaccio che da Pontecagnano sfruttava complicità anche a Salerno e Bellizzi.

A chiamare è un bambino di 12 anni e il contenuto della conversazione non pare lasciare spazio ad equivoci: «Mamma, il bilancino dov’è» è la domanda; e quando la donna chiede perché gli interessi saperlo, la risposta è lapidaria: «Mi serve».

Nel corso delle indagini si è scoperto che quel ragazzino era impiegato da uno degli arrestati per raccogliere le richieste di stupefacente ed effettuare le consegne, che incarichi erano affidati anche al fratello (pure lui minore) e che già nei mesi precedenti era stato utilizzato come “copertura” per non dare nell’occhio nel corso di un approvvigionamento a Salerno. È Marcella Pizzo, che gli inquirenti individuano al vertice del sodalizio insieme al marito Michele Degli Angioli, a contattare nel febbraio dell’anno scorso il figlio di uno dei complici: «Ha detto Michele vuoi andare un attimo con lui?» chiede. Il ragazzino accetta, domanda solo se può scendere in pigiama e la donna acconsente, purché indossi da sopra un giubbino.

Una presenza, quella del bambino, che secondo il giudice delle indagini preliminari Elisabetta Boccassini era funzionale per eludere eventuali posti di blocco o per nascondere lo stupefacente «ben sapendo che un soggetto di quell’età difficilmente sarebbe stato soggetto a perquisizioni personali».

Nell’ordinanza che ha disposto gli arresti si parla di «indifferenza totale verso i più elementari precetti morali», al punto da non avere scrupolo a impiegare nelle attività illecite i figli non ancora quattordicenni, «sostanzialmente educandoli all’illegalità». E ancora, riferendosi al coinvolgimento di intere famiglie, si evidenzia come in quelle abitazioni le condotte illecite fossero divenute «routine quotidiana, il cui disvalore evidentemente non viene neppure più percepito».

Una gestione dello spaccio «quasi familiare» l’ha definita il sostituto procuratore antimafia Rocco Alfano, «ma non per questo meno pericolosa». Gli affari si concentravano soprattutto sull’eroina, acquistata da grossisti napoletani che talvolta la portavano con un sistema di auto staffetta sino a Pontecagnano e in altre occasioni ricevevano invece i corrieri salernitani nei loro quartier generali, a Scampia e Secondigliano. Seguendo questi trasporti, e intercettando centinaia di conversazioni telefoniche, i carabinieri coordinati dal tenente colonnello Enrico Calandro sono giunti a tracciare un quadro che ha portato l’altro ieri a eseguire 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere e altre sette ai domiciliari. Oggi inizieranno per gli arrestati gli interrogatori di garanzia davanti al gip.

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