“Iron Man 3”: la recensione | Oggi in tv

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Dopo la catastrofica invasione di New York da parte degli alieni Chitauri vista in The Avengers, Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia e di attacchi di panico, e si dedica incessantemente al perfezionamento della sua 42esima armatura (la Mark 42), azionabile a distanza con l’ausilio dimicroripetitori sottopelle. Ed è sempre legato a Pepper Potts (Gwyneth Paltrow), che si occupa di gestire le aziende.

Finché da un passato creduto dimenticato (il 1999 del prologo) torna Aldrich Killian (Guy Pearce) della AIM – Advanced Idea Mechanics, che ripropone alle Stark Industries di collaborare al progetto Extremis, messo a punto da una vecchia fiamma di Tony, Maya Hansen (Rebecca Hall). Agendo sul DNA e sul potenziale biolettrico, il siero dà a chi lo assume forza e velocità sovrumane, fattore rigenerante e persino la capacità di sputar fuoco come un lanciafiamme. Date le implicazioni di tipo militare (nelle quali un tempo dominavano, ora non più affar loro), l’offerta viene rifiutata. Ma esso ha anche degli effetti collaterali: è instabile e a rischio di rigetto per alcuni soggetti, e quando ciò avviene l’individuo esplode.

Quando a saltare in aria è un ex soldato, causando una strage dinanzi al Grauman’s Chinese Theatre e riducendo la guardia del corpo di Pepper – nonché suo amico – in coma, Tony minaccia pubblicamente di vendicarsi. Perderà (quasi) tutto, giungendo faccia a faccia col vero responsabile di questo e di altri attentati, un terrorista noto come il Mandarino (Ben Kingsley).

“I vecchi tempi…”. E’ un sospirante Tony Stark a richiamarli nell’incipit alla memoria sua e degli spettatori. Perché, a conti fatti, è l’intero film a rifarsi a dei “vecchi tempi” ben definiti. Si tratta di quelli di Arma letale 2 (1989), il cui soggetto venne scritto da Shane Black, qui regista e sceneggiatore. Ma chi è Black? E’ colui che a 26 anni inventò la suddetta saga, completando lo script del primo film (1987) in un mese e mezzo soltanto: un golden boy degli sceneggiatori, che per quel primo impegno incassò ben 250mila dollari.

“Si comincia con qualcosa di puro, qualcosa di eccitante. Poi arrivano gli errori, i compromessi” dice sempre il protagonista. Infatti Iron Man 3 è un grandioso compromesso tra la famosa miniserie Extremis di Warren Ellis & Adi Granov e Arma letale 2. Il risultato è una travolgente action comedy che è più fedele a questa che non al fumetto originale, come dimostrano alcuni topoi macroscopici (l’ambientazione natalizia, la distruzione della casa, lo showdown at the docks, e così via).

Ai fan duri e puri del fumetto molte rivisitazioni (“gli errori”) potrebbero non garbare, ma non si può negare che il risultato finale sia – proprio in virtù di esse – “qualcosa di eccitante”. Funzionano le tante battute e battibecchi, così come i riferimenti alla guerra al terrore e ai legami tra multinazionali e politica corrotta. Mettendo il protagonista ancor più a nudo, Black e il suo co-sceneggiatore Drew Pierce restano sul binario inaugurato dal primo film (2008), senza sacrificare la componente d’azione, anzi. Dei tre film è il più movimentato. La sequenza aerea in cui Iron Man deve salvare da solo l’equipaggio dell’Air Force One vale tutto il prezzo del biglietto.

“Noi creiamo i nostri demoni”, sconfiggerli è possibile raggiungendo la consapevolezza che la corazza – o meglio, tutta la tecnologia – è solo “un bozzolo”: è chi la porta a essere eroe. Un eroe che “deve svegliarsi la mattina accanto a qualcuno che abbia ancora un’anima”.

Con la cifra di oltre un miliardo e duecento milioni di dollari, fu il quinto maggior incasso nella storia del cinema. La cosiddetta Fase 2 dell’universo cinematografico Marvel non poteva aprirsi in maniera migliore. La fotografia è del due volte premio Oscar John Toll (Braveheart), le musiche di Brian Tyler. Gli ottimi effetti visivi non sono più a cura della ILM di George Lucas ma della Weta di Peter Jackson. Immancabile il cameo di Stan Lee, qui intento a votare al concorso di bellezza di Miss Chattanooga. Spumeggianti titoli di coda di Danny Yount in stile TV-show anni Settanta, chiusi da una divertente sequenza in cui il protagonista è alle prese con uno psicanalista d’eccezione.

PS Il presidente USA fa Ellis di cognome, come l’autore del fumetto.
PPS Il dottor Wu (Wang Xueqi), oltre che nel prologo e nel finale, appare in alcune scene supplementari nella versione estesa distribuita in Cina, paese co-produttore.

Potrà sembrare sorprendente che il film si apra con Blue (1999) degli Eiffel 65, ma dato che il testo fa:

Yo listen up here’s a story
About a little guy that lives in a blue world
And all day and all night and everything he sees
Is just blue
Like him inside and outside
Blue his house with a blue little window
And a blue Corvette
And everything is blue for him
And himself and everybody around
Cause he ain’t got nobody to listen 

allora non si può non constatare quanto calzino bene per Tony Stark, sempre solo e intento a smanettare al computer nei sotterranei della sua villa, isolato da tutto e tutti. Perché “blue”, oltre a indicare un colore, significa anche “triste”.

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