L’ultima dolorosissima corsa del treno che, attraversando il paradiso, ha conosciuto l’inferno

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Il treno è simbolo di vita, finestrino sull’ignoto, brivido passeggero di chi non vuole stare al suo posto e vaga, all’inseguimento di un sogno. Il treno è una storia d’amore, con veli malinconici: il saluto prima della partenza e la corsa di chi bonariamente si illude di poter reggere il passo dei vagoni in movimento, ma che poi è costretto ad arrendersi alla realtà e a lasciare che la propria amata si allontani inesorabilmente da lui. Il treno è la sua nebbia secolare nelle giornate autunnali, il suo sole incandescente nei mezzogiorni estivi. Sul treno viaggiatori annoiati e appesantiti dalle fatiche quotidiane e dalle urgenze lavorative o universitarie si creano un proprio angolo di pace, un proprio spazio di riflessione. Quando sali su un treno, sai di poterci contare, un po’ come con un vecchio amico di infanzia. E allora ti metti lì con un paio di auricolari e cerchi il fiducioso conforto dal paesaggio che ti circonda e che, mai come allora, profuma di vita. Come puoi anche lontanamente immaginare che un simile scenario possa fungere da palcoscenico per l’inferno? Come puoi vivere un’apocalisse, quando ti trovi in paradiso?

Difficile rassegnarsi, difficile dare risposta a quanto ciascuno di noi ha osservato ieri. Abbiamo preferito far sbollire il dolore, abbiamo preferito far schiumare la rabbia. A poco è servito, anche a distanza di più di un giorno. La tragedia ferroviaria della giornata di ieri ci ha toccato e colpito da molto vicino. Tanto da un punto di vista geografico, visto e considerato il tratto ferroviario coinvolto, quanto da un punto di vista sociale e spirituale. Fra le vittime -ventisette rumorosissime vite spezzate- ci sono bambini, studenti, poliziotti, babysitter, nonne, contadini. È quasi come se la sorte abbia voluto rappresentare e unire fra loro le più diverse e svariate categorie immaginabili. Gente come noi, pendolari, uomini e donne del popolo. È la tragedia di noi “comuni mortali”. La più chiara risposta a chi ingenuamente si domanda su chi ricadano le colpe dei “potenti”. Di quelli che, probabilmente, in vita loro un treno non l’hanno mai preso. Di quelli che, con tutti i sistemi tecnologici attualmente disponibili, hanno permesso che su un tratto affollato -com’è quello Ruvo-Barletta, all’interno del quale è avvenuto il disastro- viaggiasse un treno con un sistema di sicurezza novecentesco. Di quelli che infine, con devota indifferenza, hanno lasciato che la disattenzione di un solo uomo fosse fatale per la vita di tantissimi altri.

La caccia al colpevole è già cominciata. Non saremo noi ad interromperla, non saremo noi a limitarla.Se qualcuno ha sbagliato, deve pagare e anche duramente. Lo deve alle famiglie tranciate dal dolore e alla responsabilità che sapeva di avere in un simile contesto di precaria sicurezza. Il timore è che, però, questa caccia possa oscurare il vero e unico peccato originale. Che risiede all’interno dei palazzi governativi, nazionali e in particolar modo regionali, colpevoli di aver rallentato la creazione di un secondo binario di transito (da affiancare all’unico già esistente) e di non aver dotato questa particolare linea ferroviaria di treni con freno automatico, capaci di oltrepassare l’eventuale e non giustificabile errore umano. Il tutto, nonostante l’investimento da quasi 180 milioni di euro dell’Unione Europea su questa zona del Sud Italia.

No, cari Fulvio, Pasquale, Luciano, Enrico, Antonio, Donata, Albino, Giuseppe, Serafina, Alessandra, Rossella, Jolanda, Maurizio, Gabriele, Patty, Maria, Francesco, Salvatore, Michele, Gabriele, Giulia e Nicola, voi non siete morti invano. Ci hanno già pensato i pugliesi ad onorare la vostra memoria, donando un po’ di loro per dimostrare solidarietà a chi, viaggiando insieme a voi, è stato un po’ più fortunato ed è riuscito a salvarsi per miracolo. Grazie, perchè almeno per un istante ci avete fatto ricordare il valore dell’unità e della collaborazione reciproca. La vostra battaglia l’avete vinta, la nostra cercheremo di continuarla anche per voi e con voi. Che possiate riposare in pace, fra il cielo azzurro di una calda mattinata estiva e gli ulivi verdeggianti della nostra amata terra.

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