C’era una volta la famigerata legge Mammì, quella che limitava a tre le reti televisive che potevano essere di proprietà di un solo editore, poi arrivò l’altrettanto famigerato Digitale Terrestre (la legge Gasparri) e tutte le emittenti, gradualmente, passarono sulla nuova piattaforma come pesci d’allevamento abituati a vivere in laguna riversati di colpo nell’oceano Atlantico. La televisione analogica terrestre si è spenta definitivamente il 4 luglio 2012.

Le polemiche e le inchieste che accompagnarono il passaggio sono cronache note. Il proprietario delle tre maggiori Tv commerciali era anche il Presidente del Consiglio e aveva – da imprenditore – due priorità: salvare una delle sue tre emittenti che “occupava” illegalmente frequenze non sue (Rete4 ha trasmesso su quelle di Europa7 per quasi 10 anni) e arginare l’avanzata della Tv satellitare (Sky) che sottraeva al suo gruppo grosse fette di mercato.

Oggi, i timori di chi affermava che il passaggio alla nuova tecnologia così fatto avrebbe avvantaggiato i grandi sono diventati realtà. Le vecchie Tv locali (che spesso trasmettevano da decenni) si trovano a fronteggiare dei veri e propri colossi. Rai e Mediaset hanno aperto decine di canali tematici. A loro si sono aggiunti nuovi soggetti come Discovery e L’Espresso che sono entrati prepotentemente sul mercato nazionale. Come se non bastasse, la numerazione LCN dei decoder (stabilita da Agcom) spedisce le emittenti più piccole “ai margini del telecomando”.

Se a tutto questo aggiungiamo la crisi e l’espandersi della rete che permette (e di fatto impone) la diffusione dei contenuti sul web, la morte dei canali minori diventa inevitabile. Da nord a sud si stanno inesorabilmente spegnendo e chi continua a trasmettere ricorre a licenziamenti collettivi. Spesso con loro spariscono volti storici, come quella di Sonia Ceriola, la “regina dei cartoni” che per oltre 20 anni ha intrattenuto i giovanissimi romani dagli studi di Super 3 nelle pause tra un Jeeg Robot d’Acciaio e una Ransie la strega. Le sue trasmissioni ai tempi d’oro erano seguite da oltre 300 mila spettatori. La storica emittente romana dal primo luglio ha interrotto le trasmissioni dopo 37 anni.

Nella capitale stanno chiudendo anche Romauno e T9, altre storiche emittenti di proprietà del Gruppo Colari la prima e della famiglia Caltagirone la seconda, che tra licenziamenti e contratti di solidarietà lasceranno a casa decine tra giornalisti, tecnici e operatori. A Milano TeleLombardia ha licenziato 54 lavoratori su 128, in Puglia Telenorba ha presentato recentemente un piano industriale che prevede 70 licenziamenti su un totale di 183 unità. In Sicilia interromperanno le trasmissioni D1 Television, Telecolor e Antenna Sicilia.

Una mattanza senza fine, che verosimilmente nei prossimi anni porterà all’estinzione delle piccole televisioni. Un altro pezzo di Italia che non regge il passo di un mercato incontrollato e normato da leggi assurde, scritte a beneficio di pochi e dannose per la comunità, condannata, in questo caso, a un’omologazione dell’offerta televisiva.

1 commento

  1. Mi dispiace. Comunque non è che si sono comportate da santarelle come nel trasmettere alcune di loro cartoni a sbafo senza pagare i diritti. Poi non capisco perché debbano ricevere come per i giornali soldi pubblici! Misteri d’ Italia!

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